Recensione
Kentucky Route Zero - Act 5
il nostro voto
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In breve
A sette anni dall'uscita del primo atto si conclude l'indimenticabile viaggio lungo la Kentucky Route Zero.
Recensione Completa del 01 Febbraio 2026
Attenzione: la breve recensione contiene spoiler sulla trama.
Un ringraziamento a Overmann, senza la cui spinta propulsiva delle recensioni dei primi tre episodi non saremmo giunti alla fine di questo lungo viaggio.
“Credete che altri verranno? Dopo che tutti saranno partiti?”
“Verranno, verranno. Questo posto ha un non so che.”
Ci sono voluti sette anni per arrivare all’introvabile indirizzo di 5 Dogwood Drive, sette anni per trovarsi di fronte allo scheletro di una casa vuota. È la sintesi perfetta del senso, o meglio, del non senso di Kentucky Route Zero, la migliore metafora del suo minimalismo ludico, opposto a un massimalismo narrativo straordinariamente reso dall’unica ambientazione di questo quinto e ultimo atto, un villaggio colpito da un’alluvione, non forse d’acqua, ma dei pensieri, dialoghi e racconti accumulati nei precedenti episodi, che ha lasciato detriti e allagamenti.
Nei panni di un gatto ci muoviamo allora smarriti senza meta in un vero e proprio pantano narrativo, continuamente sballottati da un punto all’altro, da un dialogo all’altro, da un personaggio all’altro, come nomadi del punta e clicca, acquisendo nuovi indizi e interrogativi senza ottenere neanche una risposta ai tanti fronti aperti nei precedenti episodi. È un po’ come guardare Rebus del pittore americano Robert Rauschenberg, si collegano i pezzi senza mai riuscire a trovare la chiave di volta. L’unico elemento che emerge con chiarezza è un forte senso della comunità, dello stare insieme per affrontare le difficoltà della vita.
Quest’ultimo atto, il più corto e meno riuscito dei cinque, aggiunge poco all’esperienza, che aveva raggiunto il picco nel precedente. Dopo quasi quattro anni di attesa era lecito attendersi di più, ma il giudizio complessivo sull’opera non cambia. Kentucky Route Zero è un esperimento unico nel suo genere, molto più dalle parti del romanzo che del videogioco, senza pari a livello di complessità narrativa – solo l’incredibile Immortality di Sam Barlow può ambire forse a stargli al fianco – tanto che non basterebbero tre walkthrough per venirne a capo. Come il computer Xanadu del terzo capitolo, si ha l’impressione di osservare un organismo autonomo e senziente, capace di produrre linguaggio e costruire narrazione all’infinito, anche quando non lo si giochi.
Davvero difficile per chi ama le avventure grafiche, il genere videoludico razionale per eccellenza, fondato sul rigoroso schema di causa-effetto, accettare di viaggiare a vuoto in un mondo caotico privo di senso. È un cambio di prospettiva radicale ed epocale, che tuttavia vale la pena tentare, anche senza arrivare in fondo.