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Speciale The Blackwell

del 27 Novembre 2011
Speciale The Blackwell

A cura di Matteo Inzaghi

Che Il sesto senso sia entrato di diritto nella cultura pop, è un dato di fatto. Oltre agli ovvi meriti della pellicola in questione, il tormentone “vedo la gente morta”, spesso usato a mo’ di parodia, ha invaso qualsiasi medium (inteso come “mezzo di comunicazione”, non come “persona dotata di capacità paranormali”, scusate il gioco di parole involontario dovuto all’argomento), videogiochi compresi. Basti pensare al famosissimo trucco di Warcraft III “iseedeadpeople”, che toglieva la “fog of war” dalla mappa, o all’Easter egg presente in Grand Theft Auto IV, in cui sporadicamente capitava che se un pedone vedesse un morto per strada esclamava la fatidica frase: “I see dead people!”, appunto. A trarre spunto a piene mani dal film di M. Night Shyamalan è sicuramente anche la serie televisiva Ghost Whisperer, in cui Melinda Gordon, interpretata da quella stragnocc... (Teo, un minimo di contegno! - NdR) Ok, ok… interpretata dalla “bella e brava” (va bene così?) Jennifer Love Hewitt, eredita dalle sue antenate il dono di vedere gli spiriti dei defunti, avendo il compito di accompagnare questi ultimi nell’aldilà e di liberarli da ciò che li tormenta e li lega ancora alla Terra. Cosa c’entra tutto questo preambolo con la saga di The Blackwell di cui tratta questo speciale? Niente, dovevo occupare un po’ di righe e soprattutto scrivere che Jennifer Love Hewitt è una stragnocca (sei proprio un caso senza speranze... - NdR). A parte le battutacce, la saga di Dave Gilbert è palesemente ispirata sia al film sia al serial precedentemente citati, ma fortunatamente non scade nella mera scopiazzatura e, pur non avendo un incipit particolarmente originale, riesce a crescere nel prosieguo, camminando sulle proprie gambe e risultando fresca e accattivante per il giocatore. In soldoni però, come è strutturata nello specifico questa serie di videogiochi ancora sfortunatamente poco conosciuta in Italia? Cerchiamo di scoprirlo insieme.

EREDITĂ€

Prima di soffermarci ad analizzare il primo capitolo della serie The Blackwell, è giusto fare una breve premessa su chi sia Dave Gilbert e su come nasca la Wadjet Eye Games. Il signore in questione inizia come sviluppatore “casalingo” e non professionale e, tramite il celeberrimo tool di sviluppo Adventure Game Studio, comincia a produrre i suoi primi titoli freeware. Il salto di qualità che lo porta alla ribalta e alla decisione di trasformare la sua passione per le avventure in una professione, è il rilascio di The Shivah (di cui potete leggere l’attenta analisi dell’ottimo Luca Massari qui). Dopo aver fondato la Wadjet Eye Games, Dave riprende il concept di un suo vecchio gioco, intitolato Bestowers of Eternity — Part One e lo rielabora in quello che sarà poi il primo episodio di The Blackwell: Legacy.

Rosangela Blackwell è una ragazza come tante. Anzi, forse è la classica persona che sarebbe catalogata come “sfigata” o “nerd”, vista la sua passione per la scrittura, la difficoltà a socializzare con gli altri e il look assolutamente anonimo. Rosa però non sa di avere un dono: le donne della famiglia Blackwell, infatti, sono da generazioni delle medium in grado di vedere e di comunicare con gli spiriti delle persone decedute. La sconcertante scoperta avviene in concomitanza con la morte della zia della giovane, Lauren, la quale lascia in “eredità” alla nipote il proprio spirito guida, uno spettro di nome Joey Mallone. Il fantasma spiega alla nostra protagonista che il suo compito è quello di accompagnare gli spettri che per qualche ragione hanno ancora un legame con la Terra nel piano esistenziale, ovvero una sorta di dimensione parallela (situata nel cervello di Rosa!) in cui le anime sperdute possono raggiungere il regno dei morti. Accettata suo malgrado la nuova condizione di medium, in questo primo capitolo della serie Rosangela e Joey si troveranno a confrontarsi con diversi spiriti, tra cui quello de “il diacono”, che si scoprirà essere il legame tra i vari casi affrontati dal duo. Lo stile del gameplay riprende molto da vicino il già citato The Shivah: pochi enigmi veri e propri, molta investigazione basata sui dialoghi e l’elemento che diventa il tratto distintivo della serie, ovvero il taccuino su cui unire più idee raccolte durante le chiacchierate con i personaggi non giocanti e trarne delle deduzioni che permettono alle nostre indagini di avanzare. Pur essendo particolarmente breve, la prima avventura di Rosa e Joey risulta abbastanza piacevole e getta le basi per quelli che saranno dei veri e propri pilastri della serie: molto importanti saranno infatti la storia della famiglia Blackwell, l’introduzione del personaggio di Nishanthi Sharma (la particolare vicina di appartamento di Rosa) e il rituale della cravatta di Joey, ormai un must per tutti i fan di The Blackwell. Il gioco soffre un po’ della “sindrome da prima puntata” che affligge i serial televisivi: preso singolarmente può non sembrare molto appassionante e ci sono parecchie lungaggini che servono solo a introdurre i personaggi, ma inserito come “tassello” nella storia che si dipanerà nei giochi successivi, acquista sicuramente valore.

SLEGATO

Con il secondo capitolo della saga, le cose si fanno serie. Innanzitutto, salta subito all’occhio il voluto contrasto con il titolo del primo episodio: passiamo da “legacy” che ci indicava il “legame” e l’”eredità” di Rosa, ad “unbound” che significa l’esatto contrario, ovvero, letteralmente, “slegato”. Il perché di questa scelta lo si capirà solo al termine di un’avventura particolarmente ricca di suspense e colpi di scena. Unbound non è un seguito diretto, bensì un prequel ambientato molti anni prima rispetto alle vicende narrate in Legacy. Questa volta vestiremo i panni di Lauren, la zia di Rosa e, ovviamente, del “solito” Joey. Lauren è l’esatto opposto della nipote: sfacciata, intraprendente, spigliata e per certi versi anche un po’ cinica e disillusa. Il suo approccio con i fantasmi è molto diverso rispetto a quanto visto nel gioco precedente e anche il rapporto con Joey è più conflittuale, dato che lo spirito guida ha lo stessissimo carattere della donna. Rosa e Joey si compensavano a vicenda, mentre Lauren è talmente una tipa tosta che di fatto decide tutto in assoluta autonomia, spesso in disaccordo con il povero Mallone.

La grafica del gioco è stata affidata a Erin “The Ivy” Robinson, che qualche anno più tardi firmerà personalmente un altro gioco targato Wadjet Eye, il delizioso Puzzle Bots. Rispetto al primo capitolo, troviamo personaggi e fondali maggiormente curati e con uno stile molto più fumettoso, ma purtroppo scompaiono i primi piani durante i dialoghi, che erano uno dei punti di forza della prima puntata. Il gameplay riprende quanto visto in precedenza, con l’aggiunta della possibilità di poter scegliere in autonomia quando utilizzare Lauren e quando prendere il controllo di Joey, rendendo quest’ultimo finalmente un personaggio giocabile. Ciò rende possibile anche l’inserimento di qualche enigma un po’ più sfizioso abbinato all’utilizzo delle doti di spettro del buon Mallone. Da segnalare, inoltre, l’introduzione di un personaggio fondamentale per la prima parte della saga, ovvero la Contessa, di fatto vera e propria nemesi dello strano duo investigativo.

CONVERGENZA

In Convergence ritorniamo ad impersonare Rosa, diventata orami una scrittrice di romanzi… sui fantasmi! La ragazza ha infatti trasformato le sue esperienze da medium e la propria passione per la scrittura in un vero e proprio lavoro. Tutto andrebbe liscio come l’olio se non fosse che una vecchia conoscenza di Joey emerge dal passato: la malvagia Contessa, che si credeva fosse stata uccisa dalla zia Lauren, è infatti tornata sotto forma di spettro!

Anche questa volta il sottotitolo del gioco parla da sé: in questo episodio, che di fatto va a chiudere una prima trilogia, la storia di Rosa “converge” con il passato di sua zia e tutti i nodi finalmente vengono al pettine. Sicuramente Convergence è il capitolo meglio riuscito della serie per diversi fattori: il primo è appunto relativo alla storia, particolarmente intrigante e incentrata ancora una volta sulla dinastia dei Blackwell. Il personaggio della Contessa, poi, è veramente un cattivo “coi fiocchi”. In questa sede, per non rovinare la sorpresa a nessuno, non posso entrare nei dettagli, ma posso affermare che finalmente non ci troviamo di fronte al solito personaggio malvagio stereotipato che è così “perché lo deve essere”. Anche graficamente il titolo risulta il migliore della saga. Ciò è dovuto al fatto che per l’occasione Gilbert ha avuto a disposizione un discreto budget, ricavato dalle ottime vendite di Emerald City Confidential (di cui trovate la recensione qui). Per la realizzazione di personaggi e sfondi è stato ingaggiato uno studio di grafici professionisti e il risultato lo potete vedere nelle immagini che corredano questi paragrafi: il salto di qualità rispetto ai predecessori non ha bisogno di alcun commento. L’unica mancanza, rispetto agli episodi precedenti, riguarda la possibilità di effettuare deduzioni sul taccuino, feature inspiegabilmente eliminata e di cui si sente un po’ l’assenza.

INGANNO

Dopo una chiusura col botto della prima parte, a Deception tocca l’ingrato compito di riaprire una serie che sembrava praticamente conclusa. Intelligentemente, in questo “nuovo inizio”, Dave Gilbert sposta i riflettori sulla figura e sul passato di Joey, sulla quale s’incentrerà il nuovo ciclo di episodi di The Blackwell.

Se graficamente il gioco si presenta come un’involuzione in confronto a Convergence (complice un budget stavolta più risicato), il gameplay diventa finalmente più solido e votato agli enigmi rispetto al passato. Sono presenti infatti più puzzle “classici” e ci sono diverse piccole correzioni che faranno la gioia dei fan: finalmente i dialoghi si esauriscono in modo chiaro e il vetusto taccuino di Rosa è stato sostituito con uno smartphone. Ciò si traduce non solo in un orpello estetico, ma in una comodissima trovata che ci permette l’utilizzo del motore di ricerca “Oogle” direttamente dal telefonino, senza dover ogni volta far tornare i nostri personaggi all’appartamento per usare il PC.

La strada intrapresa da Wadjet Eye è certamente quella giusta: avventure di qualità vendute ad un prezzo più che onesto. Di fatto i The Blackwell portano in alto il vessillo dell’occhio di Horus (simbolo della software house, il “Wadjet eye” appunto) e prossimamente sui nostri schermi ne vedremo ancora delle belle. Caro Dave, a quando la prossima avventura di Rosa e Joey? :)

 

Info Requisiti
Generale
Sviluppatore: Wadjet Eye Games
Data Rilascio: 12/10/2011
Piattaforma: PC
Caratteristiche
Genere: Avventura/Mistero
Grafica: 2D
Visuale: Terza Persona
Controllo: Mouse
Doppiaggio: Inglese
Sottotitoli: Inglese
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